Natura e territorio

 

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Anno internazionale della biodiversità

La natura per migliorare la vita. Con queIl Monte Peller (M. Forcone)sto slogan si apre il 2010, proclamato dall’Onu anno internazionale della biodiversità. Nel 2010 si chiude infatti il countdown per la biodiversità, avviato nel 2002 dagli stati firmatari della Convenzione internazionale sulla diversità biologica con l’obiettivo di ridurre la perdita di specie anche se, per il momento, con risultati inferiori a quelli sperati.

 

Per questo motivo l’International union for conservation of nature (Iucn) chiede una più forte Convenzione sulla diversità biologica per salvaguardare la vita sulla Terra, in tutte le sue forme. Oggi siamo di fronte a una crisi di estinzione causata dalle trasformazioni degli habitat: in tutto il mondo è a rischio il 20% dei mammiferi, un anfibio su tre, un uccello su otto, il 27% dei coralli.

 

Biodiversità vuol dire vita, equilibrio, sopravvivenza. L’estinzione di numerose specie mette a rischio gli ecosistemi di tutto il pianeta. Non bisogna essere ambientalisti per preoccuparsene poiché la scomparsa di qualsiasi essere vivente, anche di quello apparentemente più insignificante, ha impatto sulle nostre vite. La scomparsa dei grandi mammiferi, l’estinzione di molte specie di piante ed uccelli, la perdita di barriere coralline e pesci, la moria che colpisce le api, tutto questo e altro ancora incidono eccome sul nostro futuro.

 

TemporaleUn meccanismo a catena come quello che regola gli ecosistemi fa sì che ogni anello sia indispensabile e che ogni rottura abbia ripercussioni profonde sulle restanti componenti.

 

Anche i cambiamenti climatici hanno un ruolo importante nella perdita di biodiversità. Un gruppo di ricercatori americani ha definito una mappa dinamica degli spostamenti degli ecosistemi indotti dai cambiamenti del clima.

 

Ci sono ecosistemi che migrano molto velocemente: in uno scenario non catastrofista di aumento della temperatura media planetaria contenuto entro i 2 °C i deserti si spostano al ritmo di 710 metri l’anno; le praterie e le savane addirittura di 1.260 metri. Ci sono ecosistemi che migrano a velocità molto più bassa della media, tra cui, per nostra fortuna, quelli alpini, che migrano a una velocità di appena 8 metri l’anno.

 

Questo scenario ha profonde implicazioni anche per il destino di molte specie biologiche. Se gli animali possono seguire gli ecosistemi più adatti a loro con una certa facilità, a meno che non ci siano ostacoli naturali o artificiali insormontabili, molte piante hanno invece difficoltà a inseguire l’habitat più adatto, così che Orchidea selvaticamolte specie non ce la faranno e si estingueranno.

 

La biodiversità, alla base della vita sulla Terra, oggi dunque è a rischio. Secondo la Iucn abbiamo bisogno di azioni concrete e politiche di sostegno per la conservazione delle specie, per la gestione e il ripristino degli ecosistemi, per promuovere l’uso sostenibile delle risorse naturali. In questo contesto le aree protette possono svolgere un ruolo fondamentale.

 

«Se gestite bene le risorse naturali sono fondamentali per lo sviluppo sostenibile, per il sostegno alle comunità, per incoraggiare una crescita economica equilibrata e contribuire a ridurre la povertà. La tutela della biodiversità protegge le risorse preziose che sono vitali per l’economia globale».

 

E in Trentino come stiamo?

 

Le analisi degli assetti ecosistemici elaborate in occasione del nuovo Piano del Parco, avviato nei mesi scorsi, hanno consentito di redigere una vera e propria “mappa” dalla quale emergono in modo inequivocabile un quadro di straordinaria ricchezza bioecologica e un ottimo stato di salute della natura nel Parco. Pur non potendo fare confronti esatti con dati di dieci anni fa, non è un azzardo sostenere che questa situazione è probabilmente migliore rispetto al passato, se solo si pensa ai progetti di reintroduzione dello stambecco e dell’orso o all’accresciCoppia di orsetti (Fedrizzi)uta responsabilità nei comportamenti di residenti e visitatori.

 

Questa situazione è senz’altro il risultato di corrette politiche di conservazione che in parte si basano sulla limitazione di quelle attività che hanno forti probabilità di compromettere gli equilibri degli ecosistemi: si tratta di una scelta ineludibile ormai sancita da una moltitudine di strumenti normativi, oggi soprattutto di livello europeo, come sono le direttive Uccelli ed Habitat. Ma nel nuovo Piano si trovano anche conferme scientifiche alla validità di un approccio non vincolistico alla conservazione, già sperimentato positivamente dal Parco. Oggi la cosiddetta “tutela attiva” viene riconosciuta come strategia necessaria per la conservazione del paesaggio e della diversità floristico/vegetazionale, nel momento stesso in cui si riconosce nell’abbandono della montagna un elemento di rischio altrettanto grave quanto l’eccessiva pressione antropica.

 

Si tratta di un importante elemento di innovazione del nuovo Piano che affida la conservazione della biodiversità alla ripresa o al sostegno di quelle pratiche tradizionali che derivano dalla saggezza antica della gente di montagna e alla capacità di gestire processi produttivi veramente sostenibili. Va in questa direzione il dichiarato impegno nel sostegno delle attività legate alla zootecnica di montagna e al sistema degli alpeggi, con forme innovative che in parte dovranno essere inventate, e tutte concertate con i protagonisti, che vada a integrare gli sforzi ingenti già attuati dalle politiche agricole provinciali ed europee.Pascolo al Monte Spinale (A. Simoni)

 

È una strategia che deriva dal riconoscimento che anche nella tutela della natura occorre mettere al centro dell’azione l’uomo, partendo dal principio che la conservazione della biodiversità non è fine a se stessa ma è diretta a migliorare la qualità della vita del consorzio umano, nel suo ambiente.

 

Siamo noi, quindi, i primi responsabili della tutela della nostra biodiversità, attraverso l’affermazione della cultura del limite e il rispetto delle regole che da sempre fanno parte del bagaglio culturale della gente di montagna. È una strategia che vuole essere la realizzazione del messaggio di straordinaria saggezza che conclude “Uomini e Parchi”, il libro di Valerio Giacomini che, quasi trent’anni fa, ha aperto una nuova stagione nella cultura delle aree protette e nella politica del territorio: «Si sente dire spesso che è necessario lasciare alle future generazioni dei patrimoni di natura incontaminata affinché possano ancora goderne. Non crediamo che sia questo il senso del problema. Ciò che dobbiamo lasciare è un insegnamento alla corretta convivenza, all’uso consapevole, alla sapienza di un’ecologia giunta nel profondo e lì trasformata in morale collettiva. Dovremo lasciare alla nostra progenie una civiltà, non solo un capitale. Allora il discorso sulla natura abbandonerà i territori, le leggi, le pianificazioni, la fauna e la flora. E tornerà ad essere un dialogo degli uomini e sugli uomini, un discorso tra uomini e parchi».

 

(testo di Claudio Ferrari, direttore Parco Naturale Adamello Brenta)

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